Negli anni Ottanta Borri riprende la pittura a tempo pieno, sentendo il bisogno di esprimere la sua visione dell’umanità. Libero da vincoli lavorativi, si dedica a rappresentare la figura umana nella sua natura primitiva, influenzato dalle esperienze di sofferenza vissute e documentate. Come gli espressionisti, Borri protesta contro una società che reprime la crescita personale. Dopo vent’anni di inattività espositiva, torna nel 1988 con opere figurative che riflettono un nuovo approccio, più diretto ed emotivo rispetto al periodo astratto. Il paesaggio urbano diventa un simbolo della solitudine e del senso di smarrimento dell’uomo moderno.
“La sensibilità che negli impressionisti sembrò diventare occhio soltanto, tesa esclusivamente
ad afferrare del reale la caratteristica più fisica, più transitoria e superficiale, diventa l’angoscia
dell’espressionista, diventa urlo disperato diventa spaventoso ammonimento agli uomini ancora e
sempre adagiati ed immemori del cancro che rode l’anima loro, che sgretola le loro ossa, che atrofizza la loro spiritualità. […] L’artista espressionista davanti a tutto ciò che ha colpito la sua capacità emotiva reagisce tormentandosi, cercando affannosamente di strappare alla realtà il suo valore più riposto, il suo recondito significato oppure sforzandosi a violentare la forma e farne ricettacolo della propria visione, farne gola e bocca per il disperato richiamo della sua anima”.
























